29Mag

Muggia BeethovenFest

Ecco il programma del Muggia BeethovenFest, festival internazionale di quattro giornate ideato dalla Biblioteca Beethoveniana con il Comune di Muggia, la Società dei Concerti Trieste, la Beethoven-Haus Bonn, il LAS Kras – GAL Carso e l’Associazione de Banfield! Il festival propone 20 appuntamenti tra concerti, visite artistiche, degustazioni e laboratori socializzanti, unendo musica, arti visive e inclusione sociale! Il programma coinvolge interpreti e ospiti internazionali, per info, prenotazioni e biglietti: https://lvbeethoven.eu/beethovenfest

20Mag

La Russia, l’Europa e di mezzo l’Ucraina

Martedì 20 maggio alle 17.30 alla Biblioteca Comunale “Edoardo Guglia” conferenza “La Russia, l’Europa e di mezzo l’Ucraina” di Ivan Verč, già professore di Lingua e letteratura russa all’Università degli Studi di Trieste e slavista, introduce Davorin Devetak, organizzata dall’Associazione degli sloveni del Comune di Muggia (DSMO) “Kiljan Ferluga”!

16Mag

ROMOLO BERTINI colori colori, amori ricamo

Da venerdì 16 maggio 2025, presso il Museo d’Arte Moderna “Ugo Carà” di Muggia, è visitabile la mostra “Colori colori, amori ricamo” dedicata al pittore e scultore Romolo Bertini (Venezia, 1905 – Trieste, 1987), curata da Massimo Premuda e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Muggia, in occasione del 120° anniversario dalla nascita. L’esposizione si inserisce nel ciclo di suggestive personali e antologiche pensate negli ultimi anni per valorizzare la produzione degli artisti del territorio, dai muggesani Aldo Bressanutti, Ugo Carà, Proteo Hirst, Emanuela Marassi, Dante Pisani, Alan Stefanato e Villibossi, fino ai triestini Giovanni Duiz ed Ireneo Ravalico.
La mostra celebra l’intensa ricerca di Romolo Bertini con una sessantina di opere realizzate tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, partendo da quadri e disegni di grande formato degli anni Cinquanta dal taglio neorealista, si passa a una vivace pittura che scompone e frammenta le forme per giungere alle opere dagli esiti materico-informali degli anni Sessanta. Negli anni Settanta si concentra su tematiche sociali e ambientaliste con il grande ciclo della Società tecnologica fatta di macchine e fabbriche, e infine approda in pittura al geometrico e in scultura all’ottico-spaziale con opere in metallo tridimensionali, a muro o a tutto tondo, che studiano e restituiscono i fenomeni della rifrazione della luce.

Nel percorso di riscoperta delle personalità artistiche più stimolanti attive a Muggia, l’artista veneziano risulta essere stato molto presente sulla scena culturale della Muggia del secondo dopoguerra partecipando dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta alle più importanti esposizioni e rassegne artistiche organizzate nella cittadina. Nel 1955 partecipò alla mostra nazionale “del Bianco e Nero”, promossa dall’allora Sindaco Pacco che dal 1954 animò per una decina d’anni la palestra che oggi porta il suo nome, facendo entrare nel patrimonio del Comune di Muggia, grazie alla formula del premio acquisto, opere di grandi artisti italiani e regionali, che costituirono l’embrione della Pinacoteca Comunale, e sempre nel 1955 Bertini vinse anche il prestigioso Premio Città di Muggia. Da allora non si contano le sue partecipazioni ad occasioni espositive a Muggia e Trieste, come le mostre internazionali di “Arte e Fantascienza” degli anni Sessanta e Settanta.
Figura colta ed eclettica fu uno dei protagonisti della realtà culturale triestina degli anni Cinquanta insieme agli artisti vicini al cenacolo del Bar Moncenisio, quali i pittori Carlo Giorgio Titz e Sabino Coloni, e gli scultori Oreste Dequel e Mariano Cerne. Proveniente da una famiglia di artigiani padovani, Bertini matura il proprio percorso artistico prima all’Accademia di Belle Arti di Venezia negli anni Quaranta, dove studia il nudo e frequenta Arnaldo Pizzinato, entrando così in contatto con il Fronte Nuovo delle Arti, e in seguito a Trieste, in cui si stabilisce nel 1948 ed opererà per il resto della sua vita. Ma, prima di stabilirsi in Italia, Bertini aveva viaggiato e vissuto molto all’estero, costantemente affascinato da culture e tradizioni diverse, visse infatti in Francia a Parigi, in Marocco a Marrakech, in Polonia e infine in Germania a Magdeburgo, dove conobbe la futura moglie Ildegarda Fontanot, docente muggesana, con la quale condividerà la passione per l’arte e la cultura a Trieste, sua città d’adozione.

In merito al focus dell’antologica, Massimo Premuda sintetizza così: “L’ampia mostra al Museo Carà intende rileggere la figura e la poetica dell’artista che, proprio fra gli anni Cinquanta e Ottanta, raggiunse l’apice della sua cifra stilistica. Riassumere il percorso di Bertini non è banale in quanto quasi tutti i filoni di ricerca affrontati dall’autore si sviluppano parallelamente andando ad alimentare i diversi percorsi intrapresi in un unicum di rara coerenza formale e concettuale. In disegno e pittura parte da una figurazione di matrice neorealista dal chiaro impegno sociale, caratterizzata dall’interesse per la figura umana in relazione al mondo del lavoro, ritraendo operai e pescatori oppressi dalla fatica o in chiave eroica, ma affronta anche il paesaggio, come ricorda Lorenzo Michelli nel catalogo del Museo Revoltella del 2005: “Si rivolge anche ai paesaggi, a quello carsico e a quello marino, ma il fulcro della sua attenzione resta l’uomo con la sua forza e la sua ostentata corpulenza. Soprattutto nel grande dipinto del 1956 “I pescatori” la scena quotidiana si fa epica nel più alto rispetto per un lavoro che nobilita e che assurge da valenza estetica a quella morale”. Già dagli anni Sessanta la sua sensibilità si sposta verso nuove forme di espressione, dalla scomposizione delle forme fino a un astratto-materico, mentre in disegno la linea si assottiglia creando caratteristiche figure eteree e filiformi. Le preoccupazioni sociali ed ecologiste per una vita sempre più tecnologica e tecnologizzata lo spingono ad analizzare sia in pittura che in grafica un mondo fatto di macchine e fabbriche dagli inquietanti risvolti sulla società. La sua ricerca infine trova piena realizzazione in affascinanti quadri geometrici di grandi dimensioni fatti di luci, forme e colori e in scintillanti opere metalliche ottico-spaziali in cui sia le sculture che i bassorilievi catturano la luce per restituirla con sorprendenti effetti luministici e che i metalli arrugginiti restituiscono in maniera quasi sonora, acustica o musicale, risuonando come meccanismi di un carillon d’altri tempi. Una sorta di restituzione costruttivista della conoscenza e della realtà, un pensiero che sottolinea come queste non siano semplicemente “riprese” dall’esterno, ma siano attivamente “costruite” dall’individuo sulla base delle sue esperienze e interpretazioni. Una costruzione di nuove simbologie in pittura, disegno, grafica e scultura che lo rendono una voce colta e inedita nel panorama artistico e culturale muggesano e triestino del secondo dopo guerra.”

È infine significativo ricordarlo con le parole di Carolus L. Cergoly, poeta e giornalista triestino, ma anche gallerista, nel 1959 infatti aprì la Galleria dei Rettori presentando artisti del calibro di Leonor Fini, Ugo Carà, Maria Lupieri e Gianni Brumatti. Dal testo “Introitus per una mostra antologica del pittore Romolo Bertini” del 1986 è stato tratto il titolo della presente mostra, dal quale si evince anche lo spirito di fraterna amicizia che li legava: Romolo Bertini è nato pittore e giramondo. Incontrandolo ed è cosa rara in qualche angolatura di questi nostri bar freschi d’estate e tiepidi d’inverno puoi avere la grazia di sentirlo raccontare il suo “Milione” come quando a Marrakech in completo bianco comperato a Dakar disegnava alla grossa quello che gli piaceva disegnare e beveva il suo inseparabile “Georges Goulet” semi sec. Poi via per il mondo uno ma sempre vario poi si risposa sotto il tiglio di Morat a Friburgo.
Mi ricordo di Bertini la sua prima mostra sotto i cieli di Trieste chiari come il mantello di Triopa sempre vestito di sole. Opere che io catalogavo come marittime o di acquario. Pesci e pesci d’argento colorati di verde e di rosso biondo come la barba dell’alfiere di Urs Graf. E ancora paesaggi con alberi pieni di bora e nature morte ma tanto vive da saltar fuori tela.
Romolo Bertini è venuto all’arte con animo gentile con timore obbedienza perseveranza. Sarebbe piaciuto a Cennino Cennini quello del Colle Valdelsa. Romolo Bertini sa tutto sulle tecniche di come un muro fresco si campeggia con l’indaco e poi sa come si fa lo stagno verde per adornare. Poi il nostro trova senza cercare le avanguardie e le trova non come trovata ma come protesta dolore sofferenza e anche tragedia. Modella e crea gioielli di gran gusto e incide rame acciaio e ha in orrore di tutti i flà flà di tutti i flon flon che lascia ai pittori “vedette”.
Noi come lui crediamo nella verità dell’arte una e indivisibile e allora innalziamo i calici con questo vino di pronta beva e diciamo che gli dei ce lo conservino per molti e molti anni. Colori colori sono gli amori ricamo di Romolo Bertini dice ancora bisogna assolutamente essere moderni. Assolutamente moderni.”

La mostra potrà essere visitata a ingresso libero fino a domenica 22 giugno 2025 con il seguente orario, da giovedì a sabato 10-12 e 17-19, domenica e festivi 10-12.

https://www.museougocara.eu/en/events/romolo-bertini-colori-colori-amori-ricamo

16Apr

TSFF dei Piccoli: Le avventure intergalattiche di Peter e i suoi amici

Mercoledì 16 aprile alle 17.30 al Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” torna il Trieste Film Festival dei Piccoli – Speciale Pasqua con la proiezione de “Le avventure intergalattiche di Peter e i suoi amici” per bambini e bambine dai 3 anni a ingresso libero, in collaborazione con il Trieste Film Festival / Alpe Adria Cinema, nell’ambito di ABCINEMA & TEATRO per le nuove generazioni realizzato con il sostegno delle Fondazioni Casali EPS!

04Apr

PROTEO HIRST brama scultorica

Da venerdì 4 aprile 2025, presso il Museo d’Arte Moderna “Ugo Carà” di Muggia, è visitabile la mostra “Brama scultorica” dedicata allo scultore muggesano Proteo Hirst (Muggia 1930-Trieste 1985), curata da Massimo Premuda e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Muggia, in occasione dei quarant’anni dalla morte. L’esposizione si inserisce nel ciclo di suggestive personali e antologiche pensate negli ultimi anni per valorizzare la produzione degli artisti del territorio, dai muggesani Aldo Bressanutti, Ugo Carà, Emanuela Marassi, Dante Pisani, Alan Stefanato e Villibossi, fino ai triestini Giovanni Duiz ed Ireneo Ravalico.
La mostra celebra la breve ma molto intensa e prolifica ricerca di Hirst con una cinquantina di opere realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, partendo da tre rari quadri ad olio degli esordi, si passa a una ventina di schizzi e studi di nudi femminili su carta a grafite e a carboncino e a una trentina di affascinanti sculture di piccole e medie dimensioni, bronzetti e gessi dipinti che abbracciano tutta la sua produzione, dalle nuotatrici ai lavoratori, dalle acrobate alle coppie di amanti fino ad opere informali.

L’inaugurazione dell’esposizione viene preceduta dalla performance di danza contemporanea site specific “The bench-La panchina”, ideata da Marta Zacchigna con il Collettivo Dancing House che si serve dell’architettura urbana per avvicinare il pubblico al linguaggio della danza contemporanea e del teatro di ricerca. La panchina non è solo un luogo iconico ma incarna uno vero e proprio spazio-tempo, una sorta di zona sospesa dalla quale coltivare un “movimento lento” e una visione inedita sul mondo, ogni nuovo incontro con l’architettura urbana genera infatti una nuova narrazione e un nuovo sviluppo performativo.
La performance è il risultato di uno studio sul gesto rallentato, in cui alcune pose sensuali e sofferenti delle sculture di Proteo Hirst vengono incarnate dai due danzatori Marta Zacchigna e Francesco Facca per restituirne tutta la vibrante energia. Una trasfigurazione poetica, dove i movimenti dei danzatori rievocano la tensione emotiva delle sagome scultoree. L’incontro tra danza e scultura si attua allora nella definizione e nella plasticità delle forme e nella loro composizione – e scomposizione – inedita e sorprendente. I corpi dei due performer diventano così lo strumento per restituire respiro alla materia scolpita in un’atmosfera sospesa che ricorda quella del sogno e della contemplazione.

In merito al focus dell’antologica, Massimo Premuda sintetizza così: “L’ampia mostra al Museo Carà intende rileggere la figura e la poetica dell’artista che, proprio fra gli anni Sessanta e Ottanta raggiunse l’apice della sua cifra stilistica. Rude, tormentato, sensuale, vigoroso e sensibile, si è espresso attraverso una vena molto personale e intensa, caratterizzata da un’impetuosa forza del segno e del gesto, concentrando il proprio interesse sul corpo umano, maschile e femminile. Scultore autodidatta, dopo aver frequentato la Scuola Libera di Figura del Museo Revoltella, sotto la guida di Nino Perizi, per perfezionare la pratica del disegno con lo studio del nudo, sviluppa uno stile autonomo e originale che parte da un linguaggio apparentemente impressionista per approdare ad esiti decisamente espressionisti, ed è caratterizzato da estremi ossimori tesi alla risoluzione dell’eterna dicotomia fra corpo e spirito, volontà e istinto. Ricercando un’armonia fra soggetto e materia, linguaggio e tecnica, lirismo vitale e vis tragica ed erotica, naturalismo e tensione all’astrazione, la sua ricerca è contraddistinta da espressionismo, verismo e novecentismo, da Ivan Meštrović ad Arturo Martini, ma anche dalle reminiscenze rodiniane di Ruggero Rovan alla celebrazione del corpo umano dell’esuberante dinamismo della scultura classica greca. Ha indagato a lungo marmo e legno, ma solo nel caldo modellato ha trovato quella morbida plasticità atta ad esprimere al meglio la tragica carnalità del connubio “amore e morte”. Nei bronzetti dunque, talvolta anche con una vena ironica, giocosa e grottesca, emerge una dichiarata fisicità in bilico fra impulso erotico e grandiosità eroica con violenti tagli di luce e bruschi chiaroscuri che ne fanno uno degli scultori muggesani più incisivi e graffianti del Novecento.”

Il tema dominante dell’opera di Hirst è la figura femminile che “sembra incarnare un fantasma sfuggente, quasi una chimera di campaniana memoria. Violenta detonazione anatomica, o erotismo e sensualità dionisiaci? Forse entrambi.” così viene descritto il soggetto principe della sua ricerca, ma Giulio Montenero nel 1979 si spinge oltre evidenziando che: “Più di frequente il corpo femminile – raffigurazione di un tipo fisico e di un carattere assai bene individuati – più di rado il corpo maschile, rispondente ai tratti del primo e concepito in preparazione dell’abbracciamento erotico, sono i temi della statuaria di Hirst. Arte semplice, ma non certo incolta e ingenua… anzi semplice perché tesa verso un’aspirazione di grandiosità eroica che era ed è propria della tradizione classica e tale da incarnare nella compiutezza formale quella complessità contraddittoria dei sentimenti che è un tutt’uno con la vita umana.” e continua affermando che la sua opera “ha del classico (per la fedeltà al reale) e dell’eroico (per l’intenzione epica e spesso tragica di questi volti e di queste figure, in posizioni quasi acrobatiche, in tensioni spasmodiche) anche e soprattutto nella finalità di sublimazione degli istinti alla quale la scultura viene chiamata.”

Infine così lo ricordava il critico Sergio Molesi dalle colonne di Trieste Oggi in occasione della mostra postuma del 1991: “Il realismo di Hirst è solo apparentemente semplice, in quanto vi si trova traccia significativa delle esperienze d’avanguardia che egli ha praticato come in una sorta di tirocinio ed esercizio, mai freddo ed accademico, ma sempre fervidamente partecipe. Il vitalismo prorompente che coglie la drammatica ed arbitraria ricomposizione espressionistica, in cui la memoria futurista diviene, attraverso l’esperienza dell’astrazione, scattante tensione sottesa alla restituzione realistica. Con tali mezzi linearistici, plastici e luministici, Proteo Hirst ci consegna quel prorompente vitalismo orgiastico, di cui oggi abbiamo tanto bisogno a fronte della piattezza e banalità di pensare e sentire, cui ci riduce la nostra civiltà, che tutto (o molto) concede al comfort, ma poco all’autentica gioia di vivere.”

Proteo Hirst (Muggia 1930-Trieste 1985)
Scultore impressionista che nelle sue opere evidenziò, caratterizzandoli fortemente, gli aspetti della figura umana che più attrassero il suo forte senso plastico. Memore della lezione novecentista si mosse tuttavia alla ricerca di un linguaggio personale. Autore di figure e composizioni di notevole equilibrio e di buona fattura tecnica. La sua materia preferita fu la pietra pur avendo operato l’artista anche nel legno e in altri materiali. Giulio Montenero lo definì “erede ideale di Rovan” e ne lodò gli esiti tesi verso la fedeltà al reale e all’eroico “nella finalità di sublimazione degli istinti alla quale la scultura viene chiamata”. Espose in mostre personali e collettive iniziando negli anni ’60 a Trieste e in altre città italiane tra le quali Genova, Ravenna e Rimini, con all’attivo importanti segnalazioni critiche e annotazioni biografiche su libri e dizionari d’arte. Dopo la sua morte tra il 1991 e il 1999 sono state allestite diverse mostre postume che lo hanno fatto ulteriormente conoscere ed apprezzare a Trieste, Roma e Klagenfurt.

da “Dizionario degli artisti di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia”
di Claudio H. Martelli

La mostra potrà essere visitata a ingresso libero fino a domenica 11 maggio 2025 con il seguente orario, da giovedì a sabato 10-12 e 17-19, domenica e festivi 10-12.

https://www.museougocara.eu/en/events/proteo-hirst-brama-scultorica